Di “Facto” questi Vini Migranti ci sono piaciuti

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Un coworking, galleria e spazio culturale alternativo alle porte di Firenze  dislocato su due spazi ben distinti e separati (FACTO),  dall’aria spartana e senza troppe storie, diventa per due giorni una wine zone che ha attanagliato ogni tipo di pubblico. Ecco l’edizione n.0 di “Vini Migranti”

Il bacino di utenza è fuori da ogni controllo, tanto che il numero dei biglietti online viene chiuso prima del previsto ad evitare spiacevoli cartelli fuori dalla porta con «tutto esaurito». Vini migranti è stata una manifestazione difficile da dimenticare, un po’ per la disinvoltura di un’organizzazione goliardica, un po’ perché ai banchi di  assaggio i produttori non si sono risparmiati a divulgare il verbo del rinaturalizziamoci. Un’ondata di freschezza ha smosso curiosità,  sentimenti di commozione ed ha coinvolto un pubblico di variegato spessore. Vini prevalentemente “bio” sia nel dinamico che nel logico, alcuni tradizionali, garantendo un giro del mondo in poche ore con produzioni vinicole fuori dal comune, novità di piccole aziende e un vis à vis con vignaioli saggi e determinati.

E’ Peter Weltman il primo volto che incontro nello stand al piano terra: sorridente giovane californiano che non solo si accontenta di produrre vino  in Baja California, il Mission da piante di oltre 120 anni, ma mi parla anche dei vini del Libano come il Leb Nat.

Mission Peter Weltman

Mission Peter Weltman

Lui che vive a San Francisco scambia con me una breve conversazione con il mio biodinamico inglese, mi ringrazia per le strane domande sulle sue scelte natural-politiche e mi versa ancora il suo vino meravigliosamente non filtrato. Ma sfido l’orario in cui tutti arrivano, sebbene sia lunedì, e salgo al piano di sopra del palazzo adiacente: forse ancora non trovo nessuno.

E’ Pares Balta che mi sorride e con il Cava e l’anphora Roja mi trovo già in Spagna e continuo gli assaggi di Carinyena e Garnatxa. Salto di fronte in Ungheria da Demetervin che mi introduce con il Furmint ed infine  il Tokaj. Il palato è già ricco di emozioni che mi sciolgono un po’ la testa, dimentico di essere in una piccola stanza e salto in Giappone da Giovanni Baldini che mi rifocilla con la grazia e la delicatezza del suo Sake. Risistemo il palato dai puttonyos e riparto per l’Italia. Cosimo Maria Masini di San Miniato in provincia di Pisa ripristina il Sanforte, vitigno autoctono dal gusto nordico da sembrare un marzemino per il frutto spiccato e la poca tannicità. Scivolo pochi centimetri e mi trovo a Radda da Carleone, ma in realtà è Sean O’ Callaghan che mi fa addentrare nel giusto spirito, quello di non prendersi sul serio, tanto da produrre il Guercio che ai banchi non è presente poichè terminato per la grande richiesta del mercato. Accanto c’è  Staderini: poeta, filosofo, gentiluomo  e naturalmente rinomatissimo enologo, per il quale non nascondo un debole;  Cuna e le sue creature sono versate dalla sua mano con un amore quasi paradossale ed anche solo con quel gesto e la sua descrizione il mio momento di enfasi arriva immediato al primo sorso. Il suo Pinot canta, filosofeggia, si reincarna come il suo Era ora, perché Staderini crede nell’immortalità del vino e lo fa vivere per sempre.

Cuna di Staderini

Cuna di Staderini

Riprendo le scale, scendo nuovamente ed è Stekar,  che mi fa ripartire per la Slovenia: il Merlot mi piace e l’ho scoperto solo adesso, una sorta di pentimento interiore, quel passo indietro che mi sento di fare. Stekar paragona i suoi vini a coloro che cantano dal vivo, mentre vinificare con metodi tradizionali ed aggiustature chimiche è per lui come ascoltare un cantante in play back.

Il Merlot di Stekar

Il Merlot di Stekar

Un tuffo nell’Emilia Romagna fa suonare nella mente Casadei e la sua band; la riviera, le colline ed una vespa che mi porterà fuori città. Cremonini mi accompagna nel momento, la musicalità dell’accento mi mandano in brodo di giuggiole e quel lambrusco lo fa ancor di più con Al Cér. Un pas dosé metodo classico dalla dimenticata ‘Uva d’Oro’ da cui Ferretti vini  ne fa Nina, strepitosa fruttuosità e penso alla ‘vie en rose’

Nina di Ferretti

Nina di Ferretti

Mi dirigo nell’Oltrepo’ Pavese con la tenuta Belvedere ed il suo ancestrale. Le etichette di ciascuna bottiglia mi giovano agli occhi; divertenti, fantasiose, così come il colore dei vini freschi e spassosi anche al gusto.

Tenuta Belvedere

Tenuta Belvedere

Finisco in bellezza col timorasso ed è in Piemonte che termino  il viaggio. Battegazzore e Massa con il loro Derthona, nome ormai usato da quasi tutti i produttori di timorasso dei colli tortonesi, vino da taglio fino a pochi anni fa, non mi sorprendono per la loro eleganza e penso che in fondo un cavalier servente  possa anche diventare un regnante.

Bartegazzone

Bartegazzone

Tra sali e scendi ho fatto migliaia di chilometri virtuali con un bagaglio fatto di niente, ma torno a casa con una valigia ricca di volti, bottiglie e parole non futili.

Massa

Massa

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