Estate canaglia – Un racconto estivo di Barbara Babi Tedde

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Estate canaglia

Era partito il countdown alla fine dell’estate. D’altronde per lei era come un sollievo, poco era valso spendere quelle due settimane in Maremma; l’effetto boomerang ad un periodo ostile per le relazioni umane era ancora acceso e qualche cicatrice l’aveva lasciata. “Spiagge” di Renato Zero le metteva angoscia, un po’ per la melodia di bemolle spiccati e malinconici, un po’ per il testo – un’altra estate qui, un’altra volta qui…- Già, un’altra volta qui, fatta di volti, sempre gli stessi ma più corrugati, e quei messaggi continui “sei arrivata? Quando ci vediamo?” Anche mai – si diceva dentro – ma l’essere così asociale e disinteressata appariva come quella che se la tirasse troppo, perciò la risposta finiva in un osceno e scandaloso bugiardone: “si, ti chiamo quando arrivo e ci vediamo sicuramente”. Non chiamava. Ovviamente. Rientrare in città in Agosto era quel senso di liberazione indefinibile, come l’abbigliamento che si era appiccicata sulla pelle umida, senza un vero senso se non che la comodità. Quei sette chili presi e che vigliaccamente le si erano attaccati, le pesavano come sassi dentro uno zaino camminando a quota 3000. Decomponeva le responsabilità del sovrappeso in frantumi, dandone a chiunque o facendo tentativi di prendersene almeno un terzo. Ma poi …“E no, porca troia! Siete stati delle carogne a mettervi qui a ciambella, proprio in un momento di debolezza”. Con ciò pensava che fatto trenta si fa trentuno e non si accontentò di semplici insalate Capresi, frutta, verdura e centrifughe come le scorse estati. Voleva godere, perché era giusto, perché era comunque una scusa per avere impegni serali e defilare ogni futile compagnia del momento, così per poter mangiare ciò che la città difficilmente offriva. Ogni sera un ristorante diverso, menu di pesce e vino bianco. La frittura era la prova del nove. Il ristorante che riusciva a non renderle le notti tormentate da sogni e stomaco pesanti, meritava il bis per provare altri piatti. Pici alla salicornia vongole e bottarga, scampi alla griglia, baccalà su crema di ceci e lime, cozze e vongole appena sbollentate, avevano vinto su tutto e su tutti. Non c’erano amici che tenessero. Il piacere di quei momenti trascorsi davanti a quei piatti la rimettevano in sesto. Poco importava se a fine cena le mani sapevano di pesce e le labbra erano ancora lucide di gradevoli intingoli, sentiva quella giusta sazietà di stomaco e di animo.

Pici alla salicornia

Pici alla salicornia

Una sera un messaggio scolpito. Due parole che la fecero pentire di non aver indossato almeno uno dei trenta vestiti messi in valigia e lì rimasti seppelliti. “Sono arrivato adesso, dove ti trovo?” Renato zero, quell’estate più puttana che mai ora capisco cosa volesse dire. Era un’imprecazione, un “porca puttana!”. D’un colpo la sicurezza ridotta in mille pezzi, lo sguardo di lui, che le aveva falciato la testa per lungo tempo, tornava vivo più che mai. Si sentiva disfatta e collosa dall’umidità, come quel tagliolino mangiato sere prima su in collina. Alzandosi la sensazione che le gambe fossero di qualcun altro, che non reggevano né quelle parole sul maledetto Whatsapp, né quel “perlaia” (vermentino e viognier) caduto nel bicchiere troppe volte. Un drink, dopo tutto, poteva essere una soluzione ed una scusa per rimettersi a sedere, e quel Negroni con mezcal affumicato nella piazza ormai semivuota le dava il senso di oblio, un alzheimer innescato alla bisogna, un boicottaggio ai ricordi, utilissimo e da usare solo in occasioni di disagio psichico.

D’altra parte “la musica è finita e gli amici se ne vanno” ad una certa, e confidando dello spiazzamento di una mancata risposta, e del cellulare che segnava le 1.30, prese l’auto e si scaraventò per la panoramica fermandosi nella piazzola ormai sgombra di turisti, di coppiette e di villeggianti con il borsetto a tracolla. Sportello della macchina spalancato, l’ascella poggiata sul finestrino ed Antonella Ruggero con “ti sento”. Guardando il mare dall’alto pensava che era quello il momento perfetto, un orecchio assoluto capace di ascoltare anche le silenziose distanze. Se lui fosse stato lì in quel momento, niente sarebbe stato così perfetto come era l’immagine nella sua testa, ormai sovraffollata da una scorribanda di video con pose fantasiose. Declinando una risposta al messaggio, mettendo il piede sull’acceleratore, ascoltando gli Europe in “final countdown” a tutto volume e versando sorridenti lacrime a bagnare anche la camicia sul lato del cuore, trovò quella sintonia che con nessuno aveva mai provato.

Il mare

Il mare

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