Monterosola Winery a Volterra

Volterra l’araba Fenice


Percorro la strada volterrana, ma il navigatore mi dirige su una strada chiusa. Non è ancora aggiornata la mappa e, poco più avanti, un grande cancello in ferro battuto con l’insegna Monterosola si apre; percorro una strada garbatamente sterrata che mi conduce ad una imponente ma sobria struttura. Inganna l’aspetto di casa torre del Duecento, ha solo pochi mesi di vita ed è costruita ex novo. Michele Senesi, dottore in scienze agrarie è l’uomo chiave. Direttore della Monterosola non perde un colpo nelle spiegazioni dell’Azienda nata di recente, di cui si sente in qualche modo il padre. La splendida giornata offre Volterra di fronte, spalleggiata dalle vette innevate della Corsica sullo sfondo. Una lingua di mare, le colline intorno e, sulla sinistra, Larderello con i candidi fumi, le miniere di alabastro sottostanti ed il versante opposto dominato dai grattacieli medievali di San Gimignano. Proprietà svedese dal 2003, la famiglia Thomaus parte dritta su ciò che vuole fare. Un vino che si ricordi anche nel tempo, un prodotto biologico in toto, una nuova vita enologica per Volterra.

Michele Senesi


Michele Senesi conosce la storia di Volterra come le sue tasche, senza celare un rammarico sottovoce di una città che vide ricchezza e benessere fino alla fine degli anni sessanta del novecento. Un rilassamento e le inversioni di tendenza portarono ad un declino: le saline ridotte all’osso, un alabastro diventato obsoleto, forse per un cambiamento di gusti, e l’abbandono della terra per riversarsi in fumose metropoli.


Volterra dimenticata: il prestigio di città-Stato dell’Etruria, le saline che ancora oggi producono - seppure in poche quantità - il sale più puro d’Italia, le cave di alabastro con i suoi scultori ed incisori che ne facevano capolavori, la natività e la crescita di Mino Rosi, pittore e scultore, le cui opere sono sparse in tutti i musei del mondo: uomo dal carattere ritroso ed introverso e niente di meno che artefice della vetrata del rosone della cattedrale della stessa città (l’occhio della cattedrale di Volterra). Un tempo lontano e dimenticato. La Fortezza Medicea, di rara bellezza, fu adibita dalla metà del secolo scorso al carcere di massima sicurezza, dal 2013 convertito in casa circondariale di media sicurezza. Una Fortezza chiusa, una porta invalicabile che viene aperta quattro volte all’anno con ‘cene galeotte’, una geniale idea di incontri enogastronomici tra carcerati ed ‘uomini liberi’, eventi che vedono la prestigiosa regia del giornalista Leonardo Romanelli. Una voglia di rivivere, di pretendere quell’identità perduta e, soprattutto, di far parlare di vino anche Volterra.


L’azienda Monterosola parte con 1,75 ettari di terreno vitato nel 1999, che, a tutt’oggi, sale a 25, ed ancora strada da fare per il sogno da raggiungere. Il corpo unico della proprietà si aggira sui 125 ettari: un paesaggio a perdita d’occhio, un suolo argilloso ricco di  scheletro e fossili marini, incluso l’alabastro, su cui piante giovanissime sono disposte in ordine maniacale. 400 m slm, ventilazione costante ed escursioni termiche giorno/notte fanno di Monterosola il terroir perfetto per una produzione di eccellenza, dove filari di vigneti ed oliveti sono perfettamente simmetrici ed armonici.

Mino Rosi ne avrebbe fatto un quadro che emanava profumo di campi, di fieno e di maggese; contrappuntati da olivi.

Volterra – Mino Rosi Fondazione Rosi


L’edificio si autogestisce, una filosofia nordica di energie biosostenibili insieme ad una funzionalità capillare si sposano con il gusto e lo stile di casa nostra. Ci si sente come James Bond, entrando per le sale: ogni percezione umana è rilevata da fotocellule che si attivano per illuminare ogni stanza ed il sottofondo musicale si diffonde in ogni angolo, attraverso micro casse quasi invisibili. Ingegneri, architetti ed imprese sono state scelte nell’ambito locale.  Il chilometro zero è adottato anche negli accessori da bagno con saponette artigianali al vino rosso, anch’esse vendute in azienda. Boiserie, ascensore a forma di tappo e scale a chiocciola, che ricorda il verme di un cavatappi, solleticano la fantasia di film come ‘Spectre’. Nella sala riunioni, dove si vede protagonista un lungo tavolo illuminato al centro, ci aspettiamo il pavimento che si apre e ci porti direttamente in cantina. Fantascienza, fantasia e immaginazione travolgono la mente, ma l’essenza di quei contenitori in cemento a forma di grembo materno nascondono il vero senso di tutto questo. La cantina è quasi asettica, le uve, che prima vengono selezionate a mano, poi deraspate e di nuovo selezionate su nastro, dopo essere pigiate e spremute, cadono direttamente nei tulip (tecnicamente i contenitori in cemento sono definiti ‘tulipani’ per la loro forma che ricorda un calice senza gambo. La struttura è studiata per evitare un rimontaggio delle vinacce troppo rapido, aumentando l’efficacia dello stesso per la sua forma ridotta in alto). Dal lato opposto, la sala dedicata alle botti di legno di disparata capienza che attendono il prodotto finito per destinarlo alla dovuta maturazione.


La sala degustazione ha una boiserie di gusto ineccepibile; il quadro a ricoprire tutta una parete della famiglia Thomaes al completo, la voce di Bocelli che ancora ci accompagna, le luci sui tavoli di assaggio, sgabelli di legno estraibili con apposite ruote del medesimo materiale, imbottiti e ricoperti in velluto rosso purpureo.

Immagazzino informazioni, dalle intercapedini costruite appositamente per un ricircolo naturale dell’aria ed il mantenimento di una temperatura costante, ai pannelli fotovoltaici; ogni energia naturale viene adoperata per metter in funzione questa grande struttura. Rispetto, intelligenza, eleganza traspirano in ogni angolo del fabbricato.

Non sono molti gli assaggi. L’ora fatta chiama a raggiungere la cucina, e mi avvio alla mini-degustazione.


Primo Passo 2018: blend di grechetto, viogner, manzoni mi lascia la bocca profumata, ha stile e piacevolezza, un bel connubio di sentori per comunicare che un bianco buono in toscana può anche esistere.




il merlot in purezza, Canto della Civetta 2016, ha un prezioso colore scuro con riflessi purpureri nel calice che al naso regala profumi inebrianti di frutta scura,  una piacevolezza di sorso sensuale ed al contempo sapida. Un boisè dolce e non irruento dona armonia e scorrevolezza di sorso, cuoio e tabacco dolce ed il finale che vede protagonista ancora la confettura di more. 



 Il sangiovese in purezza Crescendo 2016, di recente annata, è frutto di melograno e ribes, ancora di bella gioventù ma di grande bevibilità, come dimostrato dal perfetto accompagnamento coi i tagliolini all’uovo, dal condimento spaziante: dalla pera, al pepe rosa, dal gorgonzola e alle noci.



La produzione dell’olio  EVO vede un new entry, unica in toscana, con la specie più antica di Volterra e, purtroppo, in via di estinzione; una perla rara che ha visto impegnati ricercatori di diverse università italiane. Con Monterosola Volterra trova nuova vita in una produzione e qualità enologica, un risorgere da un tepore viziato. Una sosta da non perdere per chiunque: amanti, appassionati, profani e curiosi. Ne vale davvero la pena.





condividi il post

naviga il blog

tag del post