25 hours - un appuntamento al buio


25 hours – un appuntamento al buio



Bellissimo l’esterno del 25hours: mi ricorda un po’ i tempi della scuola, forse per l’entrata con un portone a vetri stile collegio per elette figliuole. Il palazzo è in Piazza San Paolino a Firenze ed ospitava, prima ancora del monte dei pegni, un convento di carmelitani scalzi. L’insegna ha un qualcosa che si interpone tra una famosa banca fiorentina ed un istituto assicurativo, ma i dubbi si sciolgono per l’immenso pallone sospeso all’entrata, quella che va al ristorante San Paolino annesso al complesso dell’Hotel 25hours. Varcata la soglia si ha l’impressione di essere altrove, forse in un locale oltre manica, forse a Parigi o a New York, ed anche i profumi nell’aria fanno pensare ad una cucina etnica, perchè è l’aglio che ci accompagnerà fino alla fine della serata. Va bene, direi che in una serata sguarnita di vita per strada ci stava bene un tuffo in una bella location dal sapore un po’ esotico.


Una ristrutturazione attenta, con un gran lucernario sul soffitto, che andrebbe vista meglio con le luci del giorno, ma ci accontentiamo delle tante candele che fanno atmosfera a metà tra il Castello di Dracula ed il Pegu Club di New York (ormai chiuso, peccato…). Ma c’è un ma: sebbene all’entrata qualcuno ci avesse dato l’ok per prendere un aperitivo al tavolo, il responsabile di sala (ma poi lo era?) – in ordine, cameriere numero uno - ci chiede di aspettare perché i tavoli sono tutti prenotati. D’accordo, allora proviamo con il ristorante, peraltro attaccato alla zona aperitivo, ma niente da fare: ogni tavolo del grande chiostro ha già una prenotazione. D’altronde, se c’era il monte dei pegni, un pegno si dovrà pur pagare per restare qui. Attesa di cinque minuti e subentra la cameriera numero due, che riesce a trovare un tavolo, anzi no, addirittura due, uno a forma di cuore e l’altro a forma circolare. Optiamo per il tondo, quello con le sedie in bambù stile coloniale, con la base circolare e la spalliera altissima, che mi fanno sentire un po’ ne ‘La mia Africa’. Le sedie dondolano un po’, però dai, si può stare. La carta: cocktail o vino? Accendo la torcia del telefono per leggere la carta; il buio potrebbe confondere scritte e prezzi. Vada per il vino, una bollicina rosata metodo classico che già mi sento in bocca sfruculiarmi l’appetito. Ma l’esito negativo della donzella vestita come un personal trainer già mi percuote le sinapsi: manca la bottiglia. Non c’è, finito, caput. Mi sento malissimo perché l’opzione è la caduta nello charmat toscano; ma, ecco che viene portato dalla cameriera esultante: “L’ho trovato!”. A dire il vero, mi sento anch’io vittoriosa, un po’ compiaciuta come Fantozzi alla cena di Capodanno. Arriva quindi il cameriere numero tre, un indiano che parla a stento italiano, e la cosa ci piace assai! Mi porta ricordi di un albergo a New Delhi, bellissimo e curato, con i camerieri vestiti di bianco e cravattino nero, a risaltare quel bel colore della pelle e degli occhi così scuri e brillanti. Quel grazioso e gentile ragazzo indiano ha in mano due bicchieri a tulipano decorati, quelli che ricordano il servito della nonna meno buono, dal vetro di uno spessore così imbarazzante che le lenti di Mister Magoo sono una pellicola a confronto. I bicchieri sono ghiacciati, la mano li prende e mi sento come un naufrago del Titanic, e chiedo gentilmente di cambiarli con due bicchieri semplici, quelli da vino. I bicchieri da vino sono una sorta di mezzo ballon, dove un pesciolino rosso o una bella piantina grassa avrebbero trovato sorte migliore di quello charmat, ma soprattutto il contatto con le labbra di quel vetro così ruspante e troppo grosso mi ha scaraventato dalla location, così ricca di poesia ed adornata di romantiche candele, alla bettola anni Sessanta coi fiaschi sul tavolo e tovaglie a quadrettoni.

L’accompagnamento di arachidi e mosce patatine ci hanno costretti ad un rinforzino dalla carta del menù (quello dell’aperitivo, s’intende). Chiediamo se, successivamente, fosse possibile cenare, ma la risposta viene a mancare, così ci accontentiamo di assaggi di pizze e focacce. Per quanto mi aspetti sempre certe situazioni, la fiducia è l’ultima cosa che perdo nella vita…ed ecco il tagliere con quadretti di pizza “esfoliata”. Dunque, non è un prodotto per la pelle, sia chiaro, ma non avrei saputo spiegare diversamente quella pasta dall’aspetto granuloso, dal sopra visibilmente separato dal sotto, composta da più strati sottili con intercapedini di aria che la rendono molle e, soprattutto, tendono a portar via tutto il condimento con un morso, facendo restare tra le dita la crosta di pasta umida e scondita. Evidentemente un prodotto surgelato, e neanche di buona qualità, ma l’aglio sì, l’aglio persevera: il suo profumo ed il sapore così forti imbarazzano, al punto da sembrare persino in polvere.


È chiaro che la fame avanza; chiediamo se ci sia possibilità di ordinare qualcosa dalla carta ristorante, considerando che distavamo dieci centimentri dai tavoli apparecchiati (ma ancora inopitatamente vuoti…). Dai, proviamo a chiedere. Dannata domanda che passa dal cameriere numero tre, con affermazione positiva, tanto da lasciarci sul tavolo i piatti unti e aromatizzati all’aglio apponendo la frase – se poi volete anche il dolce, posso lasciarvi questi piattini -. Ci guardiamo davvero perplessi, forse qualcosa ci è sfuggito. Hanno anche il dolce all’aglio? C’è un carrello per il dessert? Subentra il cameriere numero uno, il quale, dopo aver poggiato i menù ristorante sul tavolo, ci allenta l’illusione: devono effettivamente verificare se sia possibile mangiare.


Ebbene, la pazienza ha un limite, soprattutto per un luogo così chiacchierato e sponsorizzato, ma d’accordo, attendiamo. Dopo dieci minuti arriva la cameriera numero due, la quale accetta ci stupisce con un inaspettato “sì!”. Ritenuti finalmente degni di partecipare a questo desco, possiamo ordinare. Però no, è finita la magia; la preghiamo cortesemente di portarci il conto. Una lieve emicrania ci ha assaliti. Forse un disturbo nella zona pancreatica, o i terminali nervosi in subbuglio, oppure entrambi causati da dura prova di pazienza. Non sappiamo, ma grazie e aurevoir!  

That’s all!


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